Intervista a Alessio Camusso

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Il suo libro

Baba Kiko

Narrativa

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03/04/2017

Alessio Camusso si innamorò della letteratura quando era un bambino. Sua madre gli raccontava fiabe ricavate dai grandi poemi epici. Quando era in quinta ginnasio al “D’Azeglio” di Torino, l’editore Marzocco pubblicò, dietro suggerimento di Calvino, un libro con le sue poesie e due racconti. Terminati gli studi, frequentò per un anno l’Accademia Albertina, allievo di Francesco Menzio, perché anche la pittura faceva parte della sua vita. Per una decina d’anni si dedicò alla pubblicità. Nei rari momenti liberi dipingeva, esponendo in qualche mostra, e scriveva, finché si accorse che doveva farlo a tempo pieno. Poi andò in Kenya e si innamorò dell’Africa. Tornato in Italia, sposò Janet, conosciuta anni prima a Nairobi. Tre anni dopo i due lasciarono l’Italia per la Tanzania, terra di Janet, nella quale hanno aperto una piccola scuola per bambini sordomuti. Intanto Camusso continuava a dedicarsi alla scrittura e alla pittura, finché un carcinoma polmonare li ha costretti a tornare a Torino dopo otto anni. Ma questa è un’altra storia.


Nuove parole, nuove emozioni. Eccoci con un'altra intervista. Oggi parliamo di Alessio Camusso, autore del libro “Baba Kiko”.


Cominciamo da questo libro: La copertina colpisce subito. Il titolo poi è molto diretto. Come mai questo titolo?
Nell’Africa orientale tutti hanno un soprannome, questo è quello che mi hanno dato, con cui ho poi battezzato la mia barca. Letteralmente, Baba significa “padre” in segno di rispetto, e Kiko è “pipa”, che io fumavo.
Quando e come nasce 'Baba Kiko'?
Dopo la mia scoperta dell’Africa, e la mia permanenza in Kenya, dal 1988 ai primi anni ’90. In verità ho incominciato a scriverlo nel 1996, tornato in Italia. Il ricordo della mia Africa era ancora molto vivido in me.
Quindi c'è un luogo o un momento particolare in cui dice: Ecco finalmente adesso scrivo questa storia?
Sì, in una antica casa sulle colline del Monferrato e poi a Copetto, nella mia baita in montagna sopra Roccabruna, nel cuneese.
Tentavo di superare il dolore per aver lasciato l’Oceano Indiano.
Così ho scritto la prima parte. Mi piaceva, ma volevo lasciarla per un poco e poi controllare se, dopo qualche tempo, mi faceva lo stesso effetto.
Mi è sempre stato più facile scrivere di un posto o di una esperienza non a caldo, ma a distanza, in modo che i ricordi temporanei, quelli meno importanti si dissolvano, lasciando intatti e vivi quelli che contano.
Ho finito di scrivere BABA KIKO nel 2004, prima di partire per la Tanzania. E anche questo altro paese africano potrete trovarlo nel prossimo libro.

Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale?
No, anche perché dall'autunno del 2012 sono diventato ipovedente, non più in grado di leggere e scrivere e il programma di screen reader-writer mi rende difficile muovermi su pagine non solo di testo. D’altra parte non potrei vedere le immagini. Per me una grandissima perdita che riguarda anche i quadri nei musei e nelle mostre, e persino i miei, che però ricordo bene.
Mi dispiace, funziono solo a e-mail.
Mi permetta una battuta e mi faccia citare Marzullo: Si faccia una domanda e si dia una risposta.
Perché esisto?
Per ora non lo so, ma ho la certezza che lo saprò.
Cosa le piace?
Una bella donna, un paesaggio africano, il mare, l’arte vera, i discorsi intelligenti, la vera conoscenza, la musica, l’armonia tra le genti, la cortesia, la comprensione.
Cosa non le piace?
Il contrario di quello che mi piace, e detesto la prepotenza, la violenza e le mode.
Adesso può scegliere. Immagini di dover scegliere. Per il suo libro si augurerebbe una traduzione in inglese o una trasposizione cinematografica?
Chi non se lo augurerebbe?
Il suo pubblico ideale ha 20 50 o 70 anni? Ha un target di riferimento?
Sì, chiunque legga, da quindici anni in poi.
Saluti i suoi lettori con un aforisma che parli di lei e delle sue emozioni...
Scrivendo sfioro l’infinito se una particella di me rimane nella mente dei miei lettori.