Intervista a Lapo Feri

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Il suo libro

La fine del topo

Narrativa

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22/02/2018

Lapo Feri è nato il secolo scorso a Firenze ma attualmente vive nelle campagne circostanti. È laureato in Biologia, lavora nel campo della ricerca clinica e nel tempo libero suona e canta un po’ dove gli capita. Dopo Un uomo normale, questo è il suo secondo romanzo pubblicato.

Nuove parole, nuove emozioni. Eccoci con un'altra intervista. Oggi parliamo di Lapo Feri, autore del libro “La fine del topo”.
Cominciano da questo libro: La copertina colpisce subito. Il titolo poi è molto diretto. Come mai questo titolo?
Fare la fine del topo è una delle paure più diffuse al mondo: che si soffra di claustrofobia o meno, l’idea di rimanere intrappolati in un luogo chiuso senza possibilità d’uscita mette i brividi a chiunque. Ma spesso viviamo intrappolati in vite, lavori, rapporti o situazioni da anni e non ce ne rendiamo neanche conto: solo in alcuni casi si prova un senso di claustrofobia per qualche aspetto della nostra vita e proviamo quel terrore che ci porta a cambiare, a fare cose folli, a dare una svolta epocale alla nostra esistenza. Le vicende del romanzo, in un modo o nell'altro, riguardano proprio questo tipo di cambiamenti. Poi ci sono anche dei topi veri, in carne e ossa, ma questo è un aspetto del tutto marginale…
Quando e come nasce 'La fine del topo'?
Al termine della scrittura del mio libro precedente avevo ancora un sacco di energie e voglia di buttar giù frasi e parole. Volevo scrivere una storia di amicizia e rabbia, quasi che la seconda potesse rinsaldare la prima in un ipotetico gruppo di persone scalcinate. Ho provato, ho scritto le prime pagine, poi ne sono seguite altre e così via. Alla fine il materiale poteva incastrarsi bene fino a diventare una storia intera, un romanzo. Erano gli albori del 2016…
C'è un luogo o un momento particolare in cui dice: Ecco finalmente adesso scrivo questa storia?
Non necessariamente. Non facendo lo scrittore di mestiere, posso permettermi il lusso di lasciare da soli i romanzi in costruzione. Non so cosa succeda agli altri autori, ma io sono perseguitato dai personaggi dei miei romanzi. Mi cercano nei sogni o nei momenti di relax per narrarmi le loro storie, pretendendo, con la loro insopportabile arroganza, che metta nero su bianco quello che mi hanno detto. A volte è un incubo: mi sveglio nel cuore della notte con uno spunto importante o una svolta per la storia e devo fermarla in qualche modo immediatamente: se non lo faccio rischio di far mattina elucubrando su quello che mi hanno suggerito i fantasmi dei personaggi. Sembra folle, ma è così… Alla fine dalle nebbie di tutte queste visioni oniriche esce qualcosa di accettabile, di scrivibile.
Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale?
Solo un account Facebook: Lapo Feri
Mi permetta una battuta e mi faccia citare Marzullo: Si faccia una domanda e si dia una risposta.
“Sta scrivendo ancora?”
Ho delle idee, ho un inizio di storia lasciato a candire in un cassetto da alcuni mesi, come se il tempo potesse renderlo migliore senza bisogno di lavorarci. Ho deciso però che quest’estate lo prenderò in mano, ci guarderemo negli occhi e sentirò cosa ha da dirmi: se i personaggi torneranno a parlarmi o mi contatteranno in qualche modo, probabilmente avrò di che scrivere per una nuova storia. L’importante è che i protagonisti siano sempre problematici, brutti, inguaiati, insomma antieroi per eccellenza.
Cosa le piace?
Tante cose… Il rock, la Sampdoria, l’odore del fumo di sigaretta da quando ho smesso di fumare, il coraggio degli ultimi, l’odore del mare, l’amicizia, l’estate quando è torrida, il sorriso di Titti. Non necessariamente in quest’ordine.
Cosa non le piace?
Tutto il resto.
Immagini di dover scegliere. Per il suo libro si augurerebbe una traduzione in inglese o una trasposizione cinematografica?

Risposta facile! Una trasposizione sul grande schermo. Credo che ogni scrittore, creando un libro, si immagini nella propria mente di vedere la storia come in un film: ambientazioni, facce dei personaggi, dettagli dei luoghi. Poi sono sicuro che, se un folle dovesse mai fare un film delle mie storie, avrei mille cose da ridire… Sto invecchiando, e male…
Il suo pubblico ideale ha 20 50 o 70 anni? Ha un target di riferimento?
No, mi piacerebbe poter dire: dai 16 ai 96… Non credo che, con le debite eccezioni, le storie siano “specifiche” per età.
Saluti i suoi lettori con un aforisma che parli di lei e delle sue emozioni...
Diceva Frank-N-Furter (personaggio chiave del Rocky Horror Show): Don’t dream it, be it!
Grazie per questa intervista; mi sono divertito davvero!