Intervista a Valentina Borella

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Il suo libro

Avrei voluto lo zucchero filato

Narrativa

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17/11/2018

Valentina Borella, classe 1982, è educatore professionale, pedagogista clinico, lavora da anni nel settore dell’educazione e della riabilitazione. Il titolo di cui va più fiera è quello di mamma. Ha messo tutta se stessa in questa opera, rielaborazione di un tratto di strada che l’ha vista protagonista di una sceneggiatura scritta dalla vita che ha cambiato il suo modo di vedere le cose, le persone, l’esistenza intera. Cresciuta a pane, libri ed emozioni forti, scrive di notte e tenta un esordio mettendosi a nudo, una foto in bianco e nero di se stessa, senza trucco, senza ritocco, senza alcun filtro.
Nuove parole, nuove emozioni. Eccoci con un'altra intervista. Oggi parliamo di Valentina Borella, autrice del libro “Avrei voluto lo zucchero filato”.


Cominciano da questo libro: La copertina colpisce subito. Il titolo poi è molto diretto. Come mai questo titolo?
La copertina è un progetto grafico di Nicola Ercolini, una persona che mi conosce abbastanza da poter comprendere l’intento di questo libro, la spiegazione sta tutta dal capitolo 22 in là anche se qualche indizio si trova anche tra le righe del capitolo 1.
Quando e come nasce 'Avrei voluto lo zucchero filato'?
Avrei voluto lo zucchero filato nasce dal coraggio, della mia vecchia agenda e da quello che ho trovato dopo il convegno “Tanti Lettori – Tanti Libri” Festival della letteratura inclusiva Sommacampagna (VR) 14 aprile 2018.
Credo il convegno più bello a cui abbia mai partecipato, c’era un’energia potente intorno a me, ero tra i relatori, di fronte il pubblico, intorno le amiche, quelle con le quali sai di voler invecchiare, ero in un luogo magico mi sento di dire dove ho sentito parole che mi hanno scosso l’anima. Sono tornata a casa consapevole che non era dentro il mio pc che gli appunti che continuavo a scrivere dovevano rimanere. “I libri spostano le montagne” mi è rimasto in testa per giorni, ho letto subito dopo, “Non avere paura dei libri” di Christian Mascheroni, divorandolo in un paio di giorni, un libro che mi ha curato le ferite, gli ultimi dubbi sullo scrivere Avrei voluto lo zucchero filato se ne sono andati quando in libreria cercando un libro per mio figlio mi è caduto in testa “Che idea” di Koby Yamada.
Quindi c'è un luogo o un momento particolare in cui dice: Ecco finalmente adesso scrivo questa storia?
Avrei voluto lo zucchero filato era un libro a pezzi, cocci dentro il mio pc. Ho trovato la forza di raccoglierli e curarli, cercando di rimetterli insieme, riconoscendo loro il valore che hanno ma liberandoli dal troppo dolore che le pagine della mia “vecchia” agenda emanavano. Mi sono presa cura di loro e nel rimetterli insieme ho cercato di abbracciarli e di dare loro una buona dose di speranza. Sono stata molto combattuta nel firmare il contratto con la casa editrice, non tanto per dubbi su di lei, l’ho scelta per il rispetto che ha dimostrato da principio nei confronti del mio libro e per la voglia di comprenderne l’intento. Ho avuto paura, perché Avrei voluto lo zucchero filato è la mia foto in bianco e nero, senza trucco, senza filtri, senza ritocchi come la foto che abbiamo scelto e inserito all’interno del libro.
Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale?
Sono una persona social, condivido spesso i miei pensieri su facebook, è un canale di comunicazione e non mi sento di demonizzarlo, permette di arrivare alle persone, conta l’uso che se ne fa e io e Avrei voluto lo zucchero filato abbiamo lo stesso intento, smetterla di predicare l’empatia e iniziare a costruirla, dando l’opportunità alle persone di fare un pezzetto di strada nella vita delle persone che vivono esperienze che solo chi ci passa può capire. L’intento all’empatico utilizzo della punteggiatura, “posso capire.” o “posso capire?”, la punteggiatura è fondamentale.
Ho due pagine una personale e una professionale
Valentina Borella e Dott.ssa Valentina Borella ma anche Avrei voluto lo zucchero filato ha la sua pagina.

Mi permetta una battuta e mi faccia citare Marzullo: Si faccia una domanda e si dia una risposta.
Lo sa vero che questo è rischioso con me, se ha letto Avrei voluto lo zucchero filato saprà già che sono una donna piena di domande e con poche risposte.
Ma me la faccio una domanda volentieri, è l’unico modo per trovare le risposte nella vita, farsi le domande, intendo.

Che cosa auguri al tuo libro?
Auguro a Avrei voluto lo zucchero filato di fare lunghi viaggi, di arrivare in tante case, in tante mani, di essere un legame tra le persone. Gli auguro di essere un dono, gli auguro di essere letto dai neuropsichiatri, dai genitori che incontrano una diagnosi sul loro cammino, dagli amici di questi genitori, dalle insegnanti, gli auguro di sostare in qualche casetta all’aperto del progetto Free Library. Si ecco cosa gli auguro, di essere un libro libero.

Cosa le piace?

Cosa mi piace? In che senso? Cosa mi piace in generale?
La vita mi piace, mi piace vivere la vita, non mi risparmio niente. Non mi fermo mai e qualche volta mi accusano per questo ma ho un vortice dentro che mi dice, vivi, il riposo non fa per me.
Cosa non le piace?
Rimanendo sulla vita, non mi piace “perdere il tempo” mi sembra un errore di grammatica, mi piace prendere il tempo. E non mi piace il giudizio, non capisco come faccia a sentirsi così solido il giudizio che spesso basi non ne ha. Anche le bugie non mi piacciono, come quando si racconta che siamo tutti uguali quando invece siamo tutti diversi. Credo di desiderare profondamente il diritto alla diversità ma mi fermo, altrimenti rischio di trasformare l’intervista in un capitolo di un libro. Chissà, magari il prossimo.
Adesso può scegliere. Immagini di dover scegliere. Per il suo libro si augurerebbe una traduzione in inglese o una trasposizione cinematografica?
Al mio libro augurerei una traduzione in braille, una traduzione in Lingua dei Segni Italiana (LIS), una traduzione in audiolibro, una traduzione che lo renda accessibile a chiunque voglia leggerlo rompendo le barriere. Non so se saprei affrontare una trasposizione cinematografica, piango ancora quando leggo il mio libro, al capitolo 22 crollo tutte le volte, eppure mi creda, ho perso il conto di quante volte io abbia letto il mio libro. Lo amo e non mi stanco di lui, quando mi perdo lo apro e leggo, è come se mi permettesse di ritrovarmi al suo interno. No, non credo di farcela a vedere la mia vita sullo schermo.

Il suo pubblico ideale ha 20 50 o 70 anni? Ha un target di riferimento?
Il mio libro è un libro per tutti non ha limiti, non ne vuole, è un libro presuntuoso che sogna in grande, come chi lo ha scritto.

Saluti i suoi lettori con un aforisma che parli di lei e delle sue emozioni...
Mi dia un attimo, faccio un regalo ai miei lettori. Prendo l’agenda coraggio e l’aforisma lo troveremo lì.
Ti amo così, come si amano le stelle del cielo, che non ti appartengono, eppure le senti tue. Ti amo così, col naso all’insù e gli occhi pieni di meraviglia.