Intervista a Davide Coita

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Il suo libro

Non chiamateci matti!

Diari e Memorie

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30/07/2019

Giornalista e studente di Giurisprudenza, Davide Coita ha maturato la passione per la cosa pubblica già tra i banchi di scuola. A soli ventun anni, una diagnosi mutata in ‘disturbo bipolare’ cambierà radicalmente la sua vita.

Eccoci, curiosi e interessatissimi finalmente conosciamo Davide Coita, autore del libro “Non chiamateci matti!”.


Ci vuole dire come mai è arrivato a questa pubblicazione?
Per perseguire due obiettivi: ridurre lo stigma sociale che ancora afferisce l'area psichiatrica e stimolare il potere politico affinché implementi una politica sanitaria veramente attenta ai pazienti con disturbi dell'umore.
Quando e come nasce “Non chiamateci matti!”?
Potrei dare motivazioni intellettualmente elevate ma mentirei. Un pomeriggio di primavera, nel silenzio della mia camera da letto, ho deciso di scrivere un libro. L'idea è quindi nata per caso. Ciononostante fin dalle prime battute si è avviato un esercizio di autoanalisi per nulla agevole che ha avuto anche una funzione liberatoria e 'riabilitativa' dopo tante sofferenze e tante difficoltà.
Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale?
Su Instagram e Facebook 'Davide Coita', non esistono altre persone con il mio stesso nome.
Sta scrivendo? Ha altri progetti letterari nel cassetto?
Sì. Sto scrivendo il libro, a cui tengo molto, che vuole puntare i riflettori sulla situazione di precarietà economico-sociale vissuta dai clochard. In più, approfondire la correlazione tra povertà e disagio psichico.
Riserviamo l’ultima parte dell’interviste a domande personali. Conosciamo meglio l’autore, ci racconti, di cosa si occupa? Si vuole raccontare e vuole raccontarci il suo mondo privato?
Certamente. Studio giurisprudenza all'Università ed ho collaborato con diverse testate giornalistiche.
Cosa le piace?
La mia passione è la politica. Trascorro molto del mio tempo libero guardando i canali 'all-news' come Rai News 24 o SkyTg 24. Può sembrare strano ma non amo leggere, se non manuali universitari e i giornali. Sono un tipo pragmatico e mi piacciono letture che siano strettamente connesse alla realtà: l'astrattismo non fa per me.
Cosa non le piace?
Quasi mi vergogno, ma tant'è: non mi piace lo sport. Apprezzo, e molto, chi lo pratica ma faccio fatica a seguirne la logica. Per questo motivo ho sempre faticato ad intrattenere rapporti sociali; non è facile trovare ragazzi appassionati di politica e non appassionati di sport (di solito succede il contrario).
Invece nella sua vita cosa reputa fondamentale?
L'impegno per chi è rimasto indietro, e i due libri ne sono la dimostrazione. Dobbiamo essere in grado di promuovere e la crescita economica, e l'inclusione sociale. Mi fa ribrezzo l'idea che si stia diffondendo a macchia d'olio la 'cultura dello scarto' teorizzata da Papa Francesco.
Il libro più bello che ha letto negli ultimi 3 anni?
L'età del caos di Federico Rampini.
C’è un motto, una frase o un aforisma che potrebbe caratterizzarla?
Come diceva un noto politico della Prima Repubblica, «io non sono alto ma non vedo giganti intorno a me». Dobbiamo essere coscienti del nostro valore perché la conoscenza di se stessi è fondamentale per vivere bene ma allo stesso tempo dobbiamo essere umili, sempre e comunque («io non sono alto...»). Ho sempre detestato gli arroganti, chi si vanta, chi non rispetta l'altro anche perché credo che queste persone abbiano bisogno di avere acclamazione altrui perché terribilmente insicure.