Casa Editrice Kimerik incontra Ivano Gregorini · «I racconti del vecchio»
Nuove parole, nuove emozioni. Eccoci con un’altra intervista. Oggi parliamo con Ivano Gregorini, autore del libro «I racconti del vecchio».
Quanto tempo ha impiegato a scrivere questo libro? E quanto a riscriverlo?
I racconti del vecchio l'ho scritto in una sola volta, carico di sensazioni indotte dal territorio della Valtellina, la quale diviene la Valle nello sviluppo delle dieci storie. Non ricordo di preciso quanto ci ho messo, stiamo parlando di un libro scritto diciassette anni fa.
Quanto del suo vissuto personale è finito tra le pagine?
Le storie de "I racconti del vecchio" sono relative a fatti che conosco e prendono in parte le mosse, come si usa dire, dalla mia emigrazione in terra pavese per gli studi in Scienze Politiche e alle suggestioni tratte dalle difficoltà quotidiane di chi emigra.
Come ha scelto il titolo? È nato prima del libro, durante o alla fine?
Il primo titolo era "Il passato prossimo", ma la voce narrante associata al vissuto di mio padre e al suo modo di raccontare mi ha fatto chiamare la raccolta di racconti con il titolo che attualmente leggete. Il titolo, come nelle migliori tradizioni, è nato dopo la stesura della raccolta, non prima, a chiudere il significato dell'opera.
C'è una storia che porta dentro da anni e che ancora non ha avuto il coraggio di scrivere?
No, una volta superata la trasposizione in romanzo-cinema del megalite "Equilibrio necessario. I due libri sull'equilibrio", mi sono rotto al mestiere e ho continuato a praticarlo, aggiornando il mio vissuto e i miei ricordi, il mio vivere alla tradizione della contemporaneità, in relazione al luogo nel quale vivevo e a cosa volessi raccontare proprio di quel luogo.
Qual è la prima cosa che fa quando finisce di scrivere un libro?
Dovrei dire che fumo una sigaretta, come Paul Sheldon in "Misery non deve morire", ma ho smesso di fumare da molti anni. Mi godo il momento, dopo tanto studiare, leggere e comporre: ce l'ho fatta, mi dico, un'altra volta.
Cosa preferisce: un lettore in più o un lettore più attento?
Preferisco che il mio lettore ami ciò che legge. Vedete, il compito dello scrittore è ponderare esattamente il mezzo, ovvero il linguaggio, per arrivare al fine – descrittivo, narrativo, didascalico – che intende perseguire. Se fai bene il tuo mestiere, troverai sempre un lettore in più disposto a leggerti, l'attenzione non è necessaria, se non a guardare o nel guardare attraverso le lettere, per scoprire il telaio.
Le interessa di più la gloria o la durata?
Mi interessa di avere modo di raccontare fino a che vivo, la durata è una metrica secondo me sopravvalutata: puoi sempre essere scoperto o riscoperto dopo tanti anni, senza essere durato sulla cresta dell'onda, soprattutto quando il mare è oramai svuotato e si può dire sia rimasto solo il sale.
Cosa fa quando si blocca davanti a una pagina vuota?
Non mi è mai successo, la pagina vuota ogni libro sono io, quindi non mi blocco, so già abbastanza di me quando mi metto a scrivere, da lì traggo la fonte per creare i miei personaggi.
Qual è il rumore o il suono che le ricorda casa?
Il portone quando si chiude, significa da sempre, fin da bambino, che qualcuno sta tornando a casa.
Pensa che continuerà a scrivere fino all'ultimo giorno, o un giorno smetterà?
Mi mancano sei titoli da pubblicare dei quali ne ho scritti almeno due. Finiti quelli, se avrò il tempo per farlo, potrò dedicarmi a ciò che resta del mio vivere. La mia scrittura è legata a fatti e avvenimenti, che qualcuno maldestramente potrebbe definire casi, i quali la condizionano verso un termine. Ho gli scheletri dei libri che mancano pronti e scritti a mano: L'uomo della strada (Tre libri), Il dio delle pianure, Oltre la siepe e l'ultimo capitolo della mia vita da scrittore ovvero il quarto libro della "Tetralogia della strada", con il quale il percorso narrativo si chiuderà necessariamente nella mia città natale, tornando alla casa degli avi. Questo in sintesi il mio contributo ultra ventennale al mondo delle lettere e della contemporanea. Mi auguro di riuscire a pubblicare il primo libro de "L'uomo della strada", con il vostro editore, già l'anno prossimo e a seguire gli altri, fino alla fine. Qualcuno, diversamente, rinvenendo ciò che scrivo, che è una piccola parte di ciò che penso e su cui rifletto, potrebbe completare l'opera e pubblicare ciò che manca. La mia opera è come la Ford di Buford, trovare le chiavi per farla partire non è così semplice.
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