Interviste agli scrittori

Il libro “Albert Camus, scrittore francese d’Algeria di Maria Stepniak” di Hamza Zirem!

Hamza Zirem è uno scrittore italo-algerino, nato in Cabilia nel 1968. Dopo gli studi universitari in letteratura francese, ha maturato varie esperienze nell’insegnamento. Nel 2009 è stato ospitato dal Comune di Potenza, beneficiando di una borsa di studio nell’ambito della rete internazionale ICORN. Dal 2010 intraprende la professione di mediatore interculturale, è stato referente di uno sportello informativo per gli immigrati alla Provincia di Potenza (Assessorato alle Politiche Sociali) e ha lavorato presso diverse società cooperative sociali. Hamza Zirem ha collaborato con diversi giornali e riviste: “Rencontres Artistiques et Littéraires”, “Algérie Littérature/ Action”, “La Grande Lucania”, “Controsenso Basilicata”, “La Pretoria” e “Territori della Cultura”. È autore di una decina di libri (poesie, saggi e romanzi) e co-autore delle traduzioni delle Conversazioni radiofoniche di Jean El Mouhoub Amrouche con Giuseppe Ungaretti (UniversoSud, 2017) e François Mauriac (Edigrafema, 2022). Hamza Zirem ha ottenuto significativi riconoscimenti letterari, tra cui il Premio Nuova Scrittura Attiva (Tricarico), il Premio Europa (Porlezza), il Premio Salvo D’Acquisto (Pescara), il Premio Universum Basilicata (Potenza), il Premio AlberoAndronico (Roma), il Premio La Pulce Letteraria (Villa D’Agri), il Premio La Rosa d’Oro (Torre Alfina) ed il Premio Luciana Blasi (Potenza). Hamza Zirem è stato doppiamente nominato “Ambasciatore di pace” dall’Universum Academy Switzerland (2014) e dal World Literary Forum For Peace and Human Rights (2021) per la sua preziosa testimonianza nel campo culturale. Hamza Zirem è membro del Comitato Scientifico del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali dal 2020.


Nuove parole, nuove emozioni. Eccoci con un’altra intervista. Oggi parliamo con Hamza Zirem, curatore del libro “Albert Camus, scrittore francese d’Algeria di Maria Stepniak”.

 

Quando e come nasce “Albert Camus, scrittore francese d’Algeria di Maria Stepniak”?

Giunto a Potenza nel 2009, tenni una conferenza dedicata a Jean Amrouche, l’intellettuale franco‑algerino che negli anni Cinquanta seppe inventare un genere radiofonico: conversazioni a puntate con i più grandi autori del suo tempo. Tra questi, figurava anche Giuseppe Ungaretti. Quelle conversazioni, dense di ascolto e di pensiero, furono pubblicate a Parigi, in lingua francese. Quando mi accorsi che non erano mai state tradotte in italiano, io e Filomena Calabrese decidemmo di colmare quella lacuna. Sulla stessa scia, affrontammo poi la traduzione delle conversazioni tra Amrouche e François Mauriac. Da allora, la traduzione è diventata per me molto più di un esercizio intellettuale, una grande passione. Per il saggio, dedicato ad Albert Camus, ho curato da solo la traduzione e la prefazione. Ho letto negli anni una quantità considerevole di saggi dedicati a Camus, soprattutto quelli pubblicati in Algeria e in Francia. Molti, però, portano il segno evidente di una lettura schierata e prigioniera da posizioni ideologiche. Quando ho scoperto il lavoro di Maria Stepniak, scritto con obiettività, ho avvertito immediatamente la forza di una voce finalmente libera da pregiudizi. È stato allora che la decisione si è imposta da sé, naturale e urgente: tradurre quel saggio, per restituirne la verità di sguardo e la finezza d’analisi in italiano a un pubblico più vasto.

 

Quindi c’è un luogo o un momento particolare in cui dice: Ecco finalmente adesso scrivo questo libro?

Ho preso contatto con l’università polacca che aveva pubblicato la versione francese del saggio, chiedendo l’autorizzazione di tradurlo e di curarne una nuova edizione. Ottenuto il permesso, mi sono immerso nella traduzione per qualche mese, con la dedizione paziente di chi sa che ogni parola deve ritrovare la sua esatta risonanza in italiano.

Una volta portato a compimento il lavoro, ho inviato il manoscritto a tre case editrici: Edigrafema, Firenze University Press e Kimerik. L’editrice Edigrafema, con la quale ho già pubblicato con piena soddisfazione e che in quel periodo era impegnata in diversi progetti, mi aveva chiesto di attendere qualche mese prima di poter avviare l’editing. Firenze University Press aveva manifestato un interesse, ma senza mai tradurlo in una proposta contrattuale concreta. Kimerik, invece, ha letto il manoscritto in un tempo breve, inviandomi subito una scheda di lettura accurata e, a seguire, una proposta editoriale chiara e ben strutturata. Di fronte a tale tempestività e professionalità, non ho avuto esitazioni, ho scelto di impegnarmi con Kimerik, con la netta sensazione che questo percorso sia il più giusto e il più conveniente per il mio lavoro.

 

Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale?

www.facebook.com/hamza.zirem/

https://hamzaziremcom.wordpress.com/

 

Mi permetta una battuta e mi faccia citare Marzullo: Si faccia una domanda e si dia una risposta.

Domanda: Che cosa cerca, in fondo, attraverso la scrittura e la traduzione?

Risposta: Attraverso la scrittura cerco un varco, un luogo dove ciò che è fragile, un ricordo, un gesto, una voce che rischia di spegnersi, possa trovare struttura. Cerco di dare forma alle memorie e ai paesaggi interiori che chiedono di essere ascoltati. Scrivere, per me, significa ascoltare ciò che resta ai margini e offrirgli una casa; significa trasformare la vita vissuta, le ferite e le gratitudini, in un cammino condivisibile. In fondo, cerco un modo per costruire legami, per restituire dignità alle esperienze, per fare della parola un incontro che apre possibilità.

Attraverso la traduzione cerco un passaggio tra mondi che spesso si ignorano pur sfiorandosi. Tradurre, per me, non è soltanto trasporre parole da una lingua all’altra: è un atto di ascolto, di ospitalità, di restituzione. Cerco di avvicinare ciò che è lontano, di rendere udibile una voce che rischierebbe di restare confinata nella sua geografia linguistica. Tramite la traduzione inseguo la possibilità di far dialogare culture che non sempre si incontrano spontaneamente. Cerco di far circolare idee, sensibilità, memorie che meritano di essere condivise. Le lingue sono ponti e ogni testo può rinascere altrove senza perdere la sua anima. Attraverso la traduzione cerco un gesto di giustizia verso gli autori che amo e verso i lettori che ancora non li conoscono: offrire all’uno una nuova vita, e all’altro una nuova possibilità di incontro.

 

Cosa le piace?

Mi piacciono le cose semplici, quelle che non hanno bisogno di alzare la voce per esistere: la sincerità che non si traveste, la fratellanza che unisce senza chiedere nulla in cambio e lo scambio che arricchisce. Mi piace ciò che custodisce un senso e lo offre con discrezione: una mano tesa con naturalezza, un paesaggio che sembra parlare a chi sa ascoltare e una conversazione capace di aprire varchi inattesi nel pensiero. Mi piace quando la cultura smette di essere ornamento e torna ad essere incontro, quando diventa un ponte e non una vetrina. Mi piace tutto ciò che costruisce idee, relazioni, comunità: ciò che non consuma, ma genera; ciò che non divide, ma accoglie; ciò che, silenziosamente, prepara un domani più umano.

 

Cosa non le piace?

Non mi piace la superficialità che scivola sulle cose senza toccarle, né l’indifferenza che lascia il mondo così com’è, come se nulla meritasse davvero uno sguardo. Non mi piace la retorica che prende il posto del pensiero, che veste di frasi fatte ciò che dovrebbe nascere da un’intima necessità. Non mi piace il rumore che soffoca le voci fragili, né le parole che non cercano la verità. Non mi piace ciò che spegne l’immaginazione, ciò che divide invece di unire, ciò che si accontenta della mediocrità e la traveste da opinione. Non mi piace tutto ciò che riduce l’umano a calcolo o convenienza, come se la vita fosse un bilancio e non un cammino condiviso. Non mi piace la violenza, né la guerra che devasta ciò che le generazioni hanno costruito con pazienza: la fiducia, la memoria e la possibilità di un domani.

 

Adesso può scegliere. Immagini di dover scegliere. Per il suo libro si augurerebbe una traduzione in inglese o una trasposizione cinematografica?

Se dovessi scegliere, per il saggio che ho curato non esiterei a preferire una traduzione in inglese. Una trasposizione cinematografica avrebbe certamente il fascino delle immagini e la forza evocativa dello schermo, ma ciò che mi sta a cuore, in questo caso, è altro: è la possibilità di far giungere le tematiche del volume a un pubblico che, nel mondo anglofono, le conosce ancora poco o solo per frammenti dispersi. Una traduzione in inglese sarebbe dunque più di un semplice passaggio linguistico; sarebbe un ponte, un varco aperto verso lettori che potrebbero scoprire la complessità culturale, storica e umana che il saggio cerca di restituire. Portare queste riflessioni oltre i confini abituali significherebbe ampliare il dialogo, far circolare idee che non hanno ancora trovato piena risonanza in quell’orizzonte letterario.

 

Il suo pubblico ideale ha 20, 50 o 70 anni? Ha un target di riferimento?

Non credo esista un pubblico ideale, né un’età privilegiata a cui destinare il saggio su Albert Camus. La letteratura, quando è autentica, non conosce recinti anagrafici: attraversa le generazioni, parla a chi ha vent’anni come a chi ne ha cinquanta o settanta, perché ciò che tocca è la parte più viva e inquieta dell’essere umano. Camus continua a essere letto ovunque, da lettori giovanissimi come da studiosi maturi, e forse è proprio lui lo scrittore francese più letto al mondo. La sua voce non ha smesso di interrogare, di illuminare, di accompagnare. Il suo pensiero, sempre attuale, dimostra che quando un’opera nasce da una verità profonda, non appartiene più a una generazione, ma a tutte.

 

Saluti i suoi lettori con un aforisma o una citazione che parli di lei e delle sue emozioni…

Il libro non è mai un oggetto inerte, ma un essere vivente che respira attraverso chi lo accoglie. L’anima che l’autore vi depone è solo il primo battito; il resto nasce nello sguardo di chi legge, in quel misterioso spazio interiore dove le parole si trasformano in esperienza e in rivelazione. Ogni lettore, sfiorando una pagina, la rinnova; ogni passaggio di mano accresce la forza segreta del testo, come se la letteratura fosse un corpo collettivo che cresce nutrendosi delle emozioni degli autori. Scrivere significa aprire spiragli attraverso cui il lettore può ascoltare la propria interiorità. Il “buon lettore” non è un semplice destinatario, ma un co-creatore. È in questo incontro, irripetibile e luminoso, che anche un saggio su Albert Camus trova la sua ragione più profonda, nel luogo invisibile in cui la pagina diventa vita. Saluto i miei lettori con queste due citazioni: