Il libro “Il medico del Limes – Volume I” di Enzo Raise!
Enzo Raise, nato a Rovigo, si è laureato in Medicina e Chirurgia con lode all’Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”. Si è specializzato in Malattie Infettive, Immunologia Clinica e Allergologia. È stato dirigente medico responsabile infettivologico del reparto di Immunopatologia a Bologna fino al 1995, quando è divenuto Primario di Malattie Infettive e Tropicali e Direttore di dipartimento di Medicina Clinica I negli ospedali di Venezia e Mestre fino al 2015. È stato docente di Malattie Infettive all’Università di Bologna, Udine e Padova. È uno storico della Medicina e ha pubblicato un libro sulle epidemie intitolato La malattia che viaggia. Dalla Peste all’Ebola. È autore di 545 articoli scientifici e libri di Medicina. È stato presidente di “Venezia Sanità Srl” e di varie associazioni tra le quali “ANLAIDS – Associazione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS”, presidente della “Società scientifica di Malattie Infettive Triveneta”. Insignito dal Presidente della Repubblica del titolo di “Grande Ufficiale della Repubblica Italiana” (2 giugno 2007). Numerose sono le interviste, sia televisive che giornalistiche, rivoltegli su argomenti di Medicina anche di natura storica. È consulente tecnico CTU e CTP delle Procure e dei Tribunali civili. E’ stato presidente del Comitato Etico della Provincia di Venezia.
Nuove parole, nuove emozioni. Eccoci con un’altra intervista. Oggi parliamo con Enzo Raise, Autore del libro “Il medico del Limes – Volume I”.
Quando e come nasce “Il medico del Limes – Volume I”?
Nasce dal 2016 al 2024 e proviene da un’esigenza profonda: raccontare non solo la storia, ma l’anima di un’epoca. L’opera prende forma dal desiderio di offrire uno spaccato vivido della società durante l’impero di Traiano, intorno al 102 d.C., un tempo segnato da grandi campagne militari, espansioni territoriali e vittorie che sembravano consolidare la potenza di Roma, ma che al contempo sollevavano interrogativi morali tutt’altro che sopiti. Dietro l’apparente grandezza dell’Impero si agitava infatti un conflitto interiore: era davvero necessaria quella continua conquista? Quale spazio restava per la pietas, per il rispetto del nemico, per il riconoscimento dell’umanità anche nell’avversario? Da queste domande prende vita la figura del protagonista, il medicus legionis Lucius Marcus Afranius, che incarna una tensione etica senza tempo. Egli non è soltanto il medico dei legionari, ma il custode di un principio universale: la cura non può avere confini. Nel suo operare quotidiano, egli si prende carico non solo dei soldati romani sui confini, ma anche dei nemici feriti, degli stranieri, degli ultimi. In questo gesto si manifesta una visione che supera il contesto storico e si proietta fino a noi. Il suo agire richiama il giuramento di Ippocrate, non come formula rituale, ma come impegno vivo, concreto, attuale: l’essere umano sofferente non deve mai essere rifiutato, ma accolto, indipendentemente dalla sua appartenenza, dalla religione, dal colore della pelle o dalla posizione nel conflitto. Il Medico del Limes nasce dunque come romanzo storico, ma si sviluppa come riflessione universale: un viaggio attraverso la guerra per interrogarsi sulla pace, attraverso il potere per riscoprire l’etica, attraverso il dolore per riaffermare il valore della cura e della vita.
Quindi c’è un luogo o un momento particolare in cui dice: Ecco finalmente adesso scrivo questo libro?
Non vi è un luogo preciso, né un giorno che possa essere indicato come origine dell’opera. Non esiste una stanza, una scrivania o un paesaggio da cui tutto abbia avuto inizio. Il libro nasce altrove. Nasce nei reparti ospedalieri, tra i corridoi silenziosi e le stanze dove per anni ho esercitato la medicina. Nasce nell’incontro quotidiano con la sofferenza, con la speranza e con la morte. Nasce negli sguardi dei pazienti, nella loro fragilità, nella loro attesa, nella loro speranza di guarire — e talvolta nella loro resa. In quei luoghi ho visto ripetersi, sotto forme diverse, una lotta antica quanto l’uomo: quella tra la malattia, spesso ancora sconosciuta o imprevedibile e il tentativo della scienza di comprenderla e dominarla. È lì che ho riconosciuto il vero cuore del romanzo. Il medicus Lucius Marcus Afranius non è soltanto un personaggio storico: è la proiezione di una tensione eterna. È il medico che si oppone non solo alla malattia, ma anche all’ignoranza, alla paura, all’oscurantismo e alla superstizione — forze che, allora come oggi, accompagnano ogni crisi dell’uomo. Cambiano i secoli, cambiano gli strumenti, ma non cambia la natura del confronto: da un lato la conoscenza, dall’altro ciò che la rifiuta o la teme. Per questo Il Medico del Limes non nasce da un’idea improvvisa, ma da una sedimentazione lenta, quasi inevitabile. È il frutto di anni vissuti accanto al dolore umano, trasformati in racconto per dare voce a una verità che attraversa il tempo: la medicina non è soltanto scienza, ma anche scelta etica, responsabilità e, talvolta, solitudine e in questa solitudine, ieri come oggi, il medico continua a combattere.
Ha un profilo Social? Ci vuole dare il suo Domicilio virtuale?
Facebook e instagram come Enzo Raise.
Mi permetta una battuta e mi faccia citare Marzullo: Si faccia una domanda e si dia una risposta.
Perché, nel mondo di ieri come in quello di oggi, esistono così tante guerre, tanto odio e tanta sofferenza indotta dall’uomo stesso? La risposta, per quanto scomoda, è antica quanto l’uomo: per l’avidità, per il desiderio di dominio, per la religione, per la ricerca del successo personale anche quando questo significa passare sopra la vita e la sofferenza degli altri. L’uomo ha sempre cercato di superare i propri limiti, ma spesso ha confuso la grandezza con il potere e il potere con il diritto di imporre la propria volontà anche a costo di carneficine. Così nascono le guerre: non solo da necessità, ma da ambizione, da paura, da volontà di affermazione. Eppure vi è qualcosa di ancora più sottile e pericoloso. È la capacità di giustificare tutto questo. Di dare un nome nobile alla violenza, di rivestire l’interesse di ideologia, di trasformare l’egoismo in destino. Nel mondo antico come in quello moderno cambiano le armi, cambiano le bandiere, ma non cambia la dinamica profonda: l’uomo resta capace di creare sofferenza quanto di alleviarla. Ed è proprio in questa contraddizione che si inserisce la figura del medico. Se da una parte l’uomo distrugge, dall’altra tenta di curare. Se crea guerra, tenta anche la pace. Se genera dolore, prova anche a lenirlo. Il Medico del Limes nasce anche da questa consapevolezza: che la vera battaglia non è soltanto quella combattuta sui campi, ma quella interiore, tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. E forse la domanda più difficile non è perché esistano le guerre, ma perché, pur conoscendone il prezzo, continuiamo a sceglierle.
Cosa le piace?
Curare le persone ma non solo nel senso tecnico del termine: non solo prescrivere, intervenire, risolvere. Mi piace vedere il risultato concreto di quell’impegno: la vita che ritorna, il respiro che si fa più stabile, lo sguardo che da spento torna presente. Mi piace rivedere il sorriso di chi pensava di averlo perduto e soprattutto quello dei familiari che si stringono attorno al proprio caro, come se in quell’abbraccio si ricomponesse qualcosa che la malattia aveva spezzato. In quei momenti comprendo davvero il senso del mio lavoro. Ogni vita strappata alla sofferenza — e talvolta alla morte — non è soltanto un successo clinico, ma un successo interiore. È la conferma che la medicina, prima ancora di essere scienza, è relazione, responsabilità, presenza. Non sempre si vince e questo il medico lo sa. Ma anche quando non si può guarire, si può sempre alleviare, accompagnare, non abbandonare. Ed è forse proprio questo che più mi appartiene: sapere che, anche di fronte al limite, il nostro compito resta quello di restare accanto all’essere umano, fino in fondo.
Cosa non le piace?
Non mi piacciono le guerre. Non le ho mai accettate, né allora né oggi. Le guerre infliggono sofferenze che la mente fatica persino a concepire: bambini privati degli arti dalle esplosioni, corpi straziati, vite spezzate prima ancora di poter essere vissute. E poi ci sono gli sguardi — quelli dei più piccoli — in cui il dolore si deposita in silenzio, senza parole, ma con una forza che nessuna spiegazione può attenuare. Di fronte a tutto questo, ci scopriamo spesso impotenti davanti a chi decide, a chi pianifica, a chi scatena violenze che non vedrà mai da vicino, ma che segneranno per sempre l’esistenza di altri. E’ incredibile che coloro che hanno vissuto grandi drammi umani nel passato recente li facciano rivivere ad altre genti. Non esiste, a mio avviso, una guerra giusta. Non lo è in nome della religione, né dell’etnia, né delle risorse, né di qualsiasi altra giustificazione che l’uomo abbia costruito per rendere accettabile ciò che accettabile non è. Il messaggio di pace, già flebile duemila anni fa, è rimasto fragile nel tempo. Attraversa i secoli come una voce sommessa, spesso sovrastata dal rumore delle armi, dall’orgoglio, dalla paura, dall’interesse.
Eppure quella voce non è mai scomparsa. È la stessa che guida chi cura invece di distruggere, chi accoglie invece di respingere, chi sceglie di vedere nell’altro non un nemico, ma un essere umano. Forse non è abbastanza per cambiare il mondo, ma è abbastanza per non smettere di provarci.
Adesso può scegliere. Immagini di dover scegliere. Per il suo libro si augurerebbe una traduzione in inglese o una trasposizione cinematografica?
La traduzione in inglese l’ho già fatta ed è in attesa che io la proponga alla casa editrice, quindi penso che la trasposizione cinematografica sia la scelta giusta anche se coltivo poche illusioni in questo senso perché oggi vi sono pochi registi che si cimentano con romanzi storici.
Il suo pubblico ideale ha 20, 50 o 70 anni? Ha un target di riferimento?
Ritengo che un romanzo storico, quando riesce a essere autentico e coinvolgente, non abbia un’età precisa. Può essere letto a vent’anni, con lo slancio della scoperta; a cinquanta, con una maggiore consapevolezza; a settanta, con il piacere della riflessione e della memoria.
Non esiste quindi un target anagrafico definito. Il vero pubblico di riferimento è rappresentato da chi ama la storia non come semplice successione di eventi, ma come esperienza vissuta da chi desidera entrare nel tempo narrato, percepirne i suoni, i conflitti, le emozioni, attraverso lo sguardo di chi quella storia la vive in prima persona.
Il Medico del Limes si rivolge a lettori curiosi, attenti, capaci di lasciarsi coinvolgere non solo dalla ricostruzione storica, ma anche dalle domande etiche e umane che attraversano il racconto. In fondo, la storia non è mai soltanto passato: è uno specchio attraverso cui comprendere meglio il presente e, forse, orientare il futuro.
Saluti i suoi lettori con un aforisma o una citazione che parli di lei e delle sue emozioni…
Non so se la storia possa insegnarci a evitare gli errori, ma so che può aiutarci a riconoscerli. Ho visto la sofferenza da vicino, nei secoli raccontati e in quelli vissuti e ho compreso che ciò che davvero resta non è la vittoria, né il potere, ma la capacità di tendere una mano quando tutto sembra perduto.
Se questo libro avrà un senso, sarà quello di ricordarci che, anche nei tempi più duri allora come oggi, l’uomo può scegliere di curare invece che ferire e uccidere.

